Il neurofeedback nell’ADHD

Il neurofeedback nell’ADHD

Categoria : Il Neurofeedback

Dal 1970, e dunque fin dalla sua nascita, il neurofeedback è stato indagato, perfezionato, e testato su soggetti con ADD/ADHD e/o Disturbi dell’Apprendimento.

 

Che cos’è l’ADHD?

Il Disturbo da Deficit dell’Attenzione e Iperattività (ADHD) è un disturbo del comportamento caratterizzato da impulsività, iperattività e difficoltà di concentrazione, che colpisce il 3-5% dei bambini in età scolare (MTA Cooperative Group, 1999). Le attuali teorie eziologiche collegano l’ADHD a disfunzioni nel sistema cortico-subcorticale dopaminergico e, probabilmente, anche a quello noradrenergico, entrambi coinvolti nella regolazione delle funzioni esecutive e delle risposte comportamentali.

Gli studi sui potenziali evento-relati hanno dimostrato che i bambini con ADHD, confrontati con un gruppo di controllo “sano”, mostrano ampiezze minori e più lunghi tempi di latenza in varie componenti corticali, che possono indicare deficit nel processing attentivo e informazionale. Indagini sull’attività EEG hanno consistentemente riportato un’anormale abbondanza di basse frequenze, come le onde theta, specialmente nelle zone frontali, e una riduzione nell’ampiezza delle onde più veloci, come le onde beta. In accordo con tali scoperte, analisi di Brain Imaging, sia funzionale che volumetrico, hanno indicato una disfunzione del sistema fronto-striatale nell’ADHD, che può spiegare i deficit ai più alti livelli di controllo motorio, arousal, inibizione comportamentale e attenzione.

 

Il Neurofeedback e l’ADHD

Il lavoro clinico con il Disturbo da Deficit Attentivo/Iperattività e i disturbi dell’apprendimento del Dr. Lubar e dei suoi colleghi all’Università del Tennessee hanno dimostrato che è possibile rieducare il cervello. Questa indagine sul neurofeedback è piuttosto forte nel dimostrare la sua efficacia nel trattamento dell’ADD/ADHD: il Dr. Lubar (1995) ha infatti pubblicato casi di follow-up di 10 anni, nei quali ha dimostrato che in circa l’80% dei pazienti il neurofeedback riusciva a migliorare sostanzialmente i sintomi dell’ADD/ADHD, e che questi cambiamenti venivano mantenuti.

Rossiter e La Vaque (1995) constatarono che 20 sessioni di neurofeedback producevano miglioramenti nell’attenzione e nella concentrazione paragonabili all’assunzione del Ritalin, e Fuchs et al. (2003), in modo analogo, dimostrarono che il neurofeedback produceva miglioramenti comparabili al Ritalin.

Linden, Habib e Radojevic (1996) hanno dimostrato che 40 sessioni di neurofeedback migliorano significativamente gli aspetti cognitivi, comportamentali, emotivi, sociali e ambientali dell’ADD/ADHD e dei Disturbi dell’apprendimento, rispetto ad un gruppo di controllo non sottoposto ad alcun trattamento (waiting list). In un follow-up di 1 anno, su uno studio di controllo, Monastra et al. (2002) scoprirono che il neurofeedback produceva miglioramenti addirittura superiori al Ritalin.

Il training del neurofeedback per l’ADD/ADHD è comunemente associato a diminuzioni dell’impulsività/iperattività, all’aumento della stabilità dell’umore, a miglioramenti del sonno, all’aumento dell’attenzione e della concentrazione, a miglioramenti nelle performance accademiche, ad aumenti nella ritenzione e nella memoria e, addirittura, ad aumenti dei punteggi QI.

 

Qual è il meccanismo alla base del funzionamento del neurofeedback?

Ma quali sono i meccanismi alla base di tali miglioramenti? Quale protocollo di training è ottimale per bambini con ADHD? Quali specifiche frequenze EEG l’individuo è istruito a modificare? La ricerca dell’ultimo trentennio ha confermato che l’eccessiva attività delle onde lente cerebrali è la più comune scoperta delle irregolarità elettroencefalografiche nei bambini con ADHD e Disturbo dell’Apprendimento e gli studi sul QEEG hanno confermato ed esteso queste scoperte: individui con ADD, ADHD, disturbo dell’apprendimento, lesioni cerebrali, ictus, sindrome di Tourette, epilessia, e spesso sindrome da fatica cronica e fibromialgia tendono ad avere eccessive onde lente presenti (solitamente theta e qualche volta un eccesso di alpha).

Quando nelle parti esecutive (frontali) del cervello è presente un ammontare eccessivo di onde lente, diventa difficile controllare l’attenzione, il comportamento e le emozioni. Queste persone, infatti, generalmente hanno problemi con la concentrazione, la memoria, il controllo degli impulsi e dell’umore, o di iperattività e mostrano un rendimento intellettivo ridotto.

Accanto all’eccessiva attività delle onde theta, i bambini con ADHD mostrano una ridotta attività delle onde beta e delle onde SMR; quindi, complessivamente, la ricerca sul neurofeedback su bambini con ADHD si è focalizzata su tre parametri di frequenza: theta (4-8 Hz); SMR (12-15 Hz) e beta (15-20 Hz).

 

Il training neurofeedback per l’ADHD

– La maggior parte dei gruppi di ricerca utilizza il neurofeedback come un intervento per bambini con ADHD, educando all’inibizione dell’attività delle onde lente theta. La base logica del training di inibizione delle theta deriva proprio dall’eccesso di attività di queste onde mostrata nei bambini ADHD sia mentre riposano sia durante una performance cognitiva, confrontata a quella di bambini della stessa età; l’eccessiva attività delle onde theta è problematica e può utilmente essere rivolta al training del neurofeedback.

 

–  I bambini con ADHD sono allenati, oltre che all’inibizione delle onde theta, all’aumento del ritmo sensomotorio (SMR; 12-15 Hz). Le prime ricerche riportano un’associazione tra la produzione di un ritmo di 12-15 Hz dalla corteccia Rolandica durante periodi di soppressione del movimento (Sterman et al., 1974). Questo, unito alla sua localizzazione nella corteccia sensorimotoria, ebbe come risultato la sua classificazione in ritmo sensorimotorio (SMR).

Prove di effetti d’inibizione del ritmo SMR sull’attività motoria provengono dai tetraplegici e dai paraplegici, i quali mostrano un’eccessiva produzione SMR (Sterman et al., 1974). Queste scoperte ci conducono all’indizio che l’immobilità è la maggiore caratteristica comportamentale correlata alle oscillazioni delle onde SMR (Sterman e Wyrwicka, 1967). Basandoci sugli studi di Sterman e colleghi, i quali indicano una relazione funzionale tra l’attività SMR e l’inibizione motoria, sembra appropriato considerare l’applicazione dell’aumento dell’attività SMR tramite neurofeedback per bambini con comportamento iperattivo/impulsivo, nei quali l’eccessiva attività o lo scarso controllo motorio sono una caratteristica centrale.

Di conseguenza, le prime ricerche sul neurofeedback si focalizzarono sull’aumento dell’attività SMR in bambini con ADHD in un tentativo di ridurre i sintomi dei loro comportamenti ipercinetici, con risultati positivi (Lubar e Shouse, 1976; Shouse e Lubar, 1979). Ricerche aggiuntive hanno mostrato che la produzione volontaria del ritmo SMR richiede all’individuo di stabilizzare e/o sopprimere l’attività motoria mentre resta attento. Questo ha l’effetto di ridurre i comportamenti negativi iperattivi/impulsivi mentre simultaneamente migliora le capacità attentive (Fuchs et al., 2003; Lubar e Lubar, 1984; Thompson e Thompson, 1998). Perciò sembra che l’aumento dell’attività SMR potrebbe essere di maggior beneficio per quei bambini in cui i comportamenti iperattivi/impulsivi sono maggiormente rilevanti.
–  La base logica del training per bambini ADHD per aumentare la loro attività beta è basata  sullo studio che esamina il profilo QEEG dei bambini con ADHD, il quale ha rivelato che essi esibiscono meno onde beta, confrontati con bambini che hanno la loro stessa età (Clarke et al., 1998). In aggiunta a questo è stata proposta l’associazione tra l’attività beta e l’attenzione (Linden, Habib e Radojevic, 1996). Linden et al. (1996) hanno proposto che l’elevata ampiezza beta può essere associata a stati di alta vigilanza, concentrazione e attenzione focalizzata. Inoltre la ricerca, esaminando i componenti EEG spettrali degli individui durante un compito di attenzione selettiva visuo-spaziale, trovò un aumento dell’attività delle onde beta quando gli individui seguivano uno stimolo, confrontato a quando essi non lo seguivano (Gomez, Vazquez, Vaquero, Lopez-Mendoza e Cardoso, 1998).

Inoltre lo studio ha mostrato che domandando agli individui di dividere la loro attenzione fra due compiti, ciò aveva come risultato una concomitante diminuzione dell’attività beta (Kristeva-Feige, Fritsch, Timmer e Lucking, 2002). Queste scoperte sono coerenti con la proposta che l’attività beta possa rappresentare un correlato psicofisiologico dell’elaborazione attentiva (Vazquez-Marrufo, Vaquero, Cardoso e Gomez, 2001). Perciò, i bassi livelli di beta prodotti dai bambini con ADHD sono ritenuti avere un effetto dannoso sulle loro abilità di focalizzazione e concentrazione. Questo suggerisce che il training dell’attività beta può essere di beneficio a quei bambini che soffrono principalmente di problemi di disattenzione e/o basso arousal.

 

Ricapitolando, ci sono tre principali parametri di neurofeedback utilizzati per bambini con ADHD; questi includono l’inibizione delle onde theta e l’aumento sia delle onde SMR che dell’attività delle onde beta. Il training SMR può essere più benefico per il trattamento delle componenti iperattività/impulsività, mentre il training delle onde beta può essere più utile nella riduzione dei disturbi attentivi.


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