Categoria: Il Neurofeedback

Che cos’è il neurofeedback?

Categoria : Il Neurofeedback

Il neurofeedback è uno strumento per mezzo del quale un individuo impara a modificare l’ampiezza, la frequenza e la coerenza degli aspetti elettrofisiologici del proprio cervello. 

Attraverso il neurofeedback, che permette la visualizzazione in tempo reale, sul monitor di un computer, della propria attività elettroencefalografica, il cervello è educato a produrre onde cerebrali  in specifiche ampiezze e in specifiche posizioni: fornendo al cervello un feedback immediato riguardo al proprio funzionamento, egli diventa capace di rieducare se stesso, fino a raggiungere il pattern di attività desiderato.

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Il neurofeedback nell’ADHD

Categoria : Il Neurofeedback

Dal 1970, e dunque fin dalla sua nascita, il neurofeedback è stato indagato, perfezionato, e testato su soggetti con ADD/ADHD e/o Disturbi dell’Apprendimento.

 

Che cos’è l’ADHD?

Il Disturbo da Deficit dell’Attenzione e Iperattività (ADHD) è un disturbo del comportamento caratterizzato da impulsività, iperattività e difficoltà di concentrazione, che colpisce il 3-5% dei bambini in età scolare (MTA Cooperative Group, 1999). Le attuali teorie eziologiche collegano l’ADHD a disfunzioni nel sistema cortico-subcorticale dopaminergico e, probabilmente, anche a quello noradrenergico, entrambi coinvolti nella regolazione delle funzioni esecutive e delle risposte comportamentali.

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Il neurofeedback nell’autismo

Categoria : Il Neurofeedback

Quali sono i benefici del neurofeedback per l’autismo?

Il Neurofeedback (EEG biofeedback) è un trattamento che si è rivelato molto vantaggioso per un vasto numero di sintomi della sfera dello spettro autistico. Negli ultimi anni, grazie al rapido sviluppo tecnologico, è stato possibile effettuare una serie di sperimentazioni cliniche sul neurofeedback nell’autismo, con ottimi risultati e benefici che riguardano: crisi epilettiche, iperattività, problemi dell’attenzione, ansietà, capacità di elaborare le informazioni, disordini del sonno e comportamenti ossessivo-compulsivi.

I due principali studi sul caso sono Efficacia del Neurofeedback per i bambini affetti da disturbi dello spettro autistico, di Betty Jarusiewicz, Ph.D. (Efficacy of Neurofeedback for children in the Autistic Spectrum: A pilot study, 2002) e Valutazioni guida sul Neurofeedback applicato ai disturbi dello spettro autistico, di Robert Coben, Ph.D., e Ilean Padolsky, PhD (Assessment-Guided Neurofeedback for Autistic Spectrum Disorder, 2007).

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Il neurofeedback nell’epilessia

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La storia del neurofeedback nell’epilessia

Nel 1971 Barry Sterman ha iniziato l’impiego terapeutico del neurofeedback su soggetti  affetti da epilessia; era già noto che i pazienti epilettici mostrassero delle anomalie EEG, spesso riscontrate anche nelle fasi libere da attacchi, infatti essi presentano un ritmo sensomotorio (SMR, cioè un ritmo EEG a 13-15 Hz registrato nell’area corticale sensitivo-motoria), scarso rispetto ai soggetti normali. La procedura utilizzata consisteva nell’insegnare ai pazienti epilettici a incrementare la produzione del ritmo sensomotorio, tramite un feedback visivo associato alla presenza di tale ritmo.

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Il Neurofeedback nella depressione

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In che modo il neurofeedback può aiutare contro la depressione?

Molti studi hanno dimostrato l’efficacia del Neurofeedback nel trattamento della depressione: questa tecnica, infatti, permette un aumento della flessibilità mentale, laddove invece il disturbo causa la persistenza di un unico stato mentale. Richard Davidson, dell’università del Winsconsin, ha scoperto una asimmetria nell’attività elettrica dei due emisferi cerebrali, in presenza di questa patologia. Egli ha osservato che, insegnando ai pazienti a riportare l’attività elettrica dei due emisferi ad uno stato normale, la depressione migliorava e tale miglioramento era stabile ancora dopo 6 anni.

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Il neurofeedback nei disturbi di ansia

Categoria : Il Neurofeedback

In che modo neurofeedback e biofeedback aiutano a ridurre i sintomi dell’ansia?

L’ansia si impone ed influenza tutta la vita psichica e, se particolarmente intensa, ha un’influenza, oltre che sul sistema nervoso vegetativo, anche sulle funzioni psichiche superiori, quali il pensiero, la percezione, l’attenzione, l’apprendimento, la concentrazione, la capacità di rievocare le nozioni apprese e di stabilire nessi associativi, può sconvolgere ogni attività intellettuale e disorganizzare la vita cosciente ed il comportamento individuale.

Spesso si accompagna a molteplici sintomi somatici, ossia a sensazioni somatiche che possono toccare ogni distretto e modificare le attività funzionali dell’individuo. Essi sono: il senso di costrizione precordiale, il cardiopalmo, l’impressione di fame d’aria, dispnea, tosse stizzosa, singhiozzo, dolore in sede toracica, sbadigli, il nodo alla gola o allo stomaco, spasmi gastrici e intestinali, tensione alle gambe, cefalea, tachicardia, sbalzi pressori, tremore, palpitazioni, bruciori, gonfiori, dolori lancinanti o costrittivi, ipersudorazione, secchezza delle fauci, nausea, vomito, stipsi o diarrea, poliuria, alterazioni del ciclo mestruale, parestesie, crisi di prurito, visione offuscata e vertigini.

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Neurofeedback e performance cognitive

Categoria : Il Neurofeedback

In letteratura sono numerosi gli studi che hanno utilizzato con successo il Neurofeedback per aumentare e migliorare le performance cognitive, quelle sportive e artistiche.

 

Cosa si intende per performance e performance cognitive

Tradizionalmente, le performance sono paragonate ad un continuum, che va da prestazioni disfunzionali posizionate ad un estremo, a prestazioni ottimali, posizionate all’estremo opposto (Kirk, 2001); quindi i cambiamenti delle performance possono riguardare sia coloro che si collocano sul o vicino l’estremo disfunzionale, per i quali il miglioramento sarà un tentativo di avvicinamento alla media, sia coloro che, avendo già prestazioni nella norma, migliorano le proprie performance, avvicinandosi all’estremo ottimale.

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Intervista sul Neurofeedback

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