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Difficoltà scolastiche
Diselssia, disortografia, discalculia e Neurofeedbak

Così come ogni individuo è diverso da un altro, anche lo stile di apprendimento è differente per ciascuno. Per questo quando si parla di difficoltà di apprendimento non si intende incapacità di apprendimento: avere gli strumenti utili e necessari e saperli usare correttamente sono cose differenti. Il primo passo per aiutare chi soffre di queste difficoltà è allenarsi a capire e guidare il funzionamento della propria mente.

Obiettivi, motivazione, autostima, emozioni sono elementi che condizionano l'apprendimento: è necessario identificarli, valutarne l'impatto sulle prestazioni e cercare di rimodellarli a proprio vantaggio.

Tra le principali difficoltà scolastiche legate ai problemi di apprendimento ci sono la dislessia, la disortografia e la discalculia [clicca sui nomi per approfondire].

 

In questi casi si può intervenire con trattamenti riabilitativi differenti per la dislessia, la disortografia e le difficoltà matematiche.

Un'altra tecnica è quella del Neurofeedback.

 

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Disturbi di attenzione e Neurofeedback

 

Le caratteristiche come facile distraibilità, difficoltà di concentrazione, necessità impellente di muoversi non sono sempre dei tratti caratteriali legati alla vivacità del bambino. Può capitare, quando questi comportamenti diventino problematici - e non semplici espressioni della natura del ragazzo - di trovarsi di fronte al Disturbo da deficit d’Attenzione/Iperattività (ADHD), un disturbo di origine neurobiologica dell’età evolutiva che interessa in particolar modo l’autocontrollo.

In generale questi bambini non riescono a focalizzare l'attenzione su un compito specifico e non sono in grado di produrre soluzioni adeguate per i problemi personali. Hanno difficoltà a considerare le tappe intermedie per il raggiungimento di un obiettivo, concentrandosi solo sul finale e faticando ad individuare le conseguenze delle proprie azioni. Questo li porta ha non valutare correttamente i propri comportamenti e allo stesso tempo a non prevedere l'esito delle loro azioni future. Oltre che disattenti, può capitare che siano impulsivi e iperattivi.

L'impulsività si definisce come un’incapacità ad aspettare o ad inibire risposte non opportune alla situazione. In pratica i bambini esprimono un’eccessiva impazienza sia a livello comportamentale (toccare tutto ciò che si vede, compiere azioni pericolose…), cognitivo (passare da un’idea all’altra senza seguire un nesso logico), sia emotivo (bassa tolleranza alla frustrazione ed improvvisi cambiamenti di umore).

Mentre con il termine iperattività si indica un eccessivo livello di attività sia motoria, sia verbale spesso inadeguata rispetto alla situazione.

 

Si è dibattuto per lungo tempo su quale fosse l’intervento consigliabile per l'ADHD. L’obiettivo, infatti, non deve essere quello di far sparire i sintomi in maniera risolutiva, ma sviluppare un benessere appropriato.

Se, da un lato, l'intervento farmacologico si presenta come il trattamento più discusso e controverso - il medicinale Ritalin ha dimostrato efficacia nel 70/80% dei casi trattati, ma con pesanti effetti collaterali e soprattutto con la ripresa dei sintomi e dei comportamenti alla sospensione del farmaco - dall'altra parte i trattamenti cognitivo-comportamentali si sono dimostrati efficaci e soprattutto permanenti. I bambini con ADHD hanno difficoltà a formare un pensiero lineare e strategico, per questo si cerca di aiutare il bambino a strutturare un pensiero più riflessivo e funzionale: riconoscere il problema, generare soluzioni alternative, valutare l’efficacia di ogni soluzione, pianificare la procedura scelta e verificare poi la qualità del risultato. Tutto ciò si attiva attraverso giochi, attività scolastiche e non. Il fine non è quello di curare un bambino, ma di permettergli di riconoscere e gestire i propri bisogni e le proprie emozioni.

 

 

Tra gli interventi più efficaci e scientificamente validati c'è il Neurofeedback. Si tratta di una forma di apprendimento che si ottiene premiando il bambino ogni volta che riesce a cambiare momentaneamente le onde cerebrali.

Durante una seduta di Neurofeedback il bambino, seduto dinanzi allo schermo di un computer, visualizza il suo elettroencefalogramma sotto forma di videogioco, in cui i personaggi devono compiere dei percorsi e delle attività. Al bambino viene detto che dovrà raggiungere un certo obiettivo (come ad esempio far muovere un personaggio) e che riuscirà a farlo solo se si concentra. Quindi, mentre il bambino raggiunge gli obiettivi del gioco esercita il cervello a lavorare in maniera diversa dal solito.

 

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