Neurofeedback nei Disturbi d'ansia e Depressione Il sistema nervoso ha lo scopo di mantenere l’organismo in funzione ed in equilibrio rispetto all’ambiente esterno e interno; l’equilibrio dell’ambiente interno del corpo è controllato dal Sistema Nervoso Autonomo (SNA), ed in particolare dall’attività alterna di due sistemi: il Sistema Simpatico, che attiva la reazione di attacco o fuga, e il Sistema Parasimpatico, la cui attività, al contrario, produce una situazione di calma, riposo e tranquillità. Quando l’individuo è sottoposto a stimoli stressanti cronici, aumenta l’attività del Sistema Parasimpatico, deputato al ripristino della quiete interna, alterando così l’equilibrio fisiologico, che a sua volta può determinare l’insorgenza di alcune patologie, quali: disturbi del sonno, disturbi della digestione, emicrania, disturbi del sistema immunitario, asma, attacchi di panico, disturbi dell’umore, e, tra questi, anche ansia e depressione. Poichè il neurofeedback occupa un posto preminente in tutti i casi in cui i sintomi della patologia siano dovuti ad un disequilibrio funzionale dei sistemi regolatori dell’organismo, esso è stato utilizzato anche nel trattamento delle sindromi ansioso-depressive, ottenendo una documentata efficacia clinica. Depressione Gli studi, in letteratura, hanno evidenziato che per mantenere un tono equilibrato e positivo è necessario che l’attivazione prefrontale sinistra (attività alpha minore – attività beta maggiore) sia maggiore rispetto all’attivazione prefrontale destra e che, al contrario, una eccessiva attività del lobo prefrontale destro si manifesta con umore negativo. Richard Davidson, dell’università del Wisconsin, ha infatti scoperto una asimmetria nell’attività elettrica dei due emisferi cerebrali, nei soggetti con depressione: l’attività cerebrale nel lobo frontale sinistro risulta minore rispetto all’attività nel lobo frontale destro. Egli ha osservato che, addestrando i pazienti a riportare l’attività elettrica dei due emisferi ad uno stato normale (quindi aumentando l’attività delle onde lente nell’emisfero sinistro), la depressione migliorava e che tale miglioramento è rimasto stabile anche dopo 6 anni. Il neurofeedback, quindi, permette un aumento della flessibilità mentale, laddove invece il disturbo causa la persistenza di un unico stato mentale e tale flessibilità è associata ad una riduzione dei sintomi depressivi.
Disturbi d’ansia Le informazioni che giungono a noi dall’ambiente esterno vengono raccolte, associate ed integrate dalle aree posteriori del nostro cervello ed, in seguito, inviate alle aree frontali, che determinano i significati ed elaborano la risposta. Le cortecce frontali lavorano tipicamente in onde beta, mentre le cortecce posteriori in onde alpha; un eccesso di onde alpha nelle cortecce frontali produce confusione e problemi di motivazione, mentre un’eccessiva attività di onde beta nelle cortecce posteriori produce ansia e una minore capacità di relazionarsi con l’ambiente esterno. Nei soggetti ansiosi, inoltre, è stata rilevata una minore produzione di onde alpha ad occhi chiusi. Il neurofeedback, quindi, ha lo scopo di modificare l’attività cerebrale al fine di ristabilire l’equilibrio perduto. Nei soggetti che presentano stati d’ansia risulta inoltre efficace ogni forma di biofeedback che aiuta la persona a diventare cosciente delle proprie risposte fisiologiche mentre diventa ansiosa e che la aiuta a raggiungere volontariamente uno stato psicofisico di rilassamento, che si sostituisce gradualmente allo stato ansioso.
Un ulteriore parametro che è necessario esaminare, in entrambe le patologie, è la HRV (Heart Rate Variability), ossia la naturale variabilità della frequenza cardiaca in risposta a fattori interni o esterni all’organismo stesso. Normalmente la frequenza cardiaca risponde velocemente a tutti questi fattori, modificandosi a seconda della situazione al fine di garantire il miglior adattamento dell’organismo alle esigenze che l’ambiente (interno o esterno) continuamente gli sottopone; quindi un individuo sano mostra un buon grado di variabilità della frequenza cardiaca, che permette una buona adattabilità psicofisica alle diverse situazioni. La HRV è, dunque, indice dell’interazione fra l’attività del Sistema Nervoso Simpatico e quella del Sistema Nervoso Parasimpatico, il cui equilibrio, come abbiamo visto, viene a mancare sia nella depressione che nei disturbi d’ansia; ecco perché è fondamentale associare al training di neurofeedback anche un training di biofeedback per aumentare la variabilità cardiaca, e quindi la capacità dell’organismo di raggiungere un equilibrio dinamico, sia dal punto di vista fisiologico, che dal punto di vista psicologico.
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